Attentato di Nizza, sei anni fa l’orrore sulla Promenade
Sono passati sei anni dal 14 luglio 2016, quando un uomo alla guida di un camion si lanciò contro la folla togliendo la vita a 86 persone e sconvolgendola a migliaia di altre.
Da allora la Ville de Nice non festeggia più il 14 luglio con i fuochi d’artificio (adesso anticipati al giorno prima per celebrare dignitosamente la Repubblica Francese) ma proietta verso il cielo 86 fasci luminosi, uno per ogni anima innocente strappata all’affetto dei suoi cari per sempre.
Questa sera inoltre ci sarà un concerto in memoria delle vittime con l’Orchestre Philarmonique de Nice diretta dal maestro italiano Daniele Callegari, l’appuntamento sarà alle 21 in Place Masséna.
Noi di Radio Nizza per non dimenticare quella notte in cui eravamo presenti come decine di migliaia di altre persone di ogni età e nazionalità, oggi pubblicheremo due testimonianze. La prima è un racconto della nostra socia Anna Ciotti-Sala, scritto a caldo immediatamente dopo l’attentato. L’altra è una testimonianza della signora Elena Patrucco che ha ricostruito quanto ha accaduto quella notte in uno scritto che pubblicheremo qui alle 22.30 in punto di oggi, ora in cui cadrà esattamente il sesto anniversario dell’attentato di Nizza.
QUATTORDICILUGLIODUEMILASEDICI
di Anna Ciotti-Sala
Arriva la sera in cui aspetti che i fuochi di artificio siano finiti per andare in terrazza a fumarti la US del giorno. Lo scopo è di evitare di prenderti in testa la merda di gabbiani spauriti e starnazzanti in fuga dal mare dove zampillano gaysers infuocati. Finito l’esodo, tu esci in cerca di pace, accendi, tiri e i botti riprendono. T’incazzi col sindaco e lo immagini impettito li sulla Promenade mentre ad ogni scoppio conta i voti supplementari che potrebbe “piritare”. Quarant’anni, si sa, è l’età delle avventure, non prendi il sonnifero e, a beffa del caldo, chiudi i doppi vetri e tiri il sipario. Con l’insonnia è una partita a scacchi, stasera vinci tu e ti addormenti come un angioletto. Un’ora sola di sonno, un familiare ti chiama al telefono parlandoti di qualcosa di grave che sta succedendo o che è appena successa. Tu pensi a loro, tu pensi sempre a loro, a quelli che stanno al di la della tua linea Maginot immaginaria. Tu, sentinella border line guardi sempre all’orizzonte e mai a dove cazzo stai seduta. Ma stavolta pare che sia successo qualcosa a te. A me? No! Mai! A me non succede mai niente. Si, proprio a te, proprio dove sei tu. E tu minimizzi e dici che stai bene perché di norma chi può il più può anche il meno, ma adesso no, adesso tu devi dire che sei viva. Questa è l’essenza che gli altri vogliono sentirti dire. E non basta che ne lasci traccia. No, lo devi dire, scrivere, agire, verbalizzare insomma. Allora, ti appresti a vivere le 24 ore più lunghe della tua vita dove tu, viva, devi ripetere ad ogni caro che sei viva. E tu guardi il telegiornale e vedi la strada che fai la domenica con gli occhiali da sole , quella strada adesso seminata di cadaveri e di resti umani e devi dire che sei viva. Vedi le strade adiacenti, che ogni santo giorno hai percorso per andare a lavoro, con superstiti ammucchiati che vomitano disperazione e tu devi dire che sei viva. Vedi genitori che recuperano lembi di figli come fosse la spesa caduta da un sacco di plastica rotto e tu dici che no, non c’eri fra loro. Tu sei viva e a questo pensi e a questo agisci. Tua figlia deve partire in aereo, avresti immaginato che in simili circostanze l’avresti tenuta in casa al sicuro, ma no tu sei viva, lei è viva e fai in modo che arrivi in anticipo al suo volo e che parta lontano da tutto questo. Del resto, sarebbe stato difficile gestirla in un lutto simile, tu puoi solo occuparti di essere viva. Vai al lavoro, li conti, son tutti li, organizzi un pranzo da « Marcello » in alto della via Grimaldi. Oggi siamo più numerosi del solito, tutti più disponibili, proponi una bottiglia di prosecco. E si lavora! Non c’è bisogno di riunioni organizzative, di obiettivi, di ripartizioni delle operazioni, tutto fila, tutto funziona. Toccati nella nostra umanità, reagiamo con umanità. Ed è gruppo! E siamo forti!
