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A due anni esatti dal fermo in Francia, Pavel Durov torna a parlare del procedimento che lo riguarda. In un lungo intervento pubblicato oggi sul suo canale Telegram, il fondatore e amministratore delegato della piattaforma definisce l’indagine francese un’operazione dalle motivazioni politiche: sostiene che Telegram non sia stata presa di mira per carenze di moderazione — inferiori, afferma, a quelle di altre grandi piattaforme — ma per aver rifiutato di concedere a governi di diversi paesi quelli che chiama «favori politici», ovvero censura e sorveglianza illegali. Ne pubblichiamo di seguito la traduzione integrale, senza tagli né commenti.
Il testo di Pavel Durov
Due anni fa sono stato fermato a Parigi dalla polizia per 3 giorni — il tempo massimo per cui possono trattenere qualcuno prima di incriminarlo.
Con una mossa senza precedenti, le autorità francesi hanno accusato il vertice di una grande piattaforma per reati commessi dai suoi utenti.
Quell’indagine è tuttora in corso, per quanto abbia sempre meno senso con il passare degli anni.
Perché?
Perché adesso disponiamo di ampie prove del fatto che Telegram non era né peggiore delle altre piattaforme popolari nella moderazione, né la peggiore nel cooperare con le autorità.
Allora perché Telegram è stata presa di mira?
Negli ultimi due anni abbiamo visto emergere uno schema ricorrente in diversi paesi: Telegram viene messa silenziosamente sotto pressione perché conceda favori politici — come censura o sorveglianza illegali. Quando rifiutiamo, i media locali e le organizzazioni «non governative» lanciano campagne orchestrate che dipingono Telegram come un covo di criminalità, dalla pedopornografia al terrorismo.
La nostra moderazione non è peggiore di quella delle altre grandi piattaforme. Eppure queste campagne instillano l’idea che Telegram vada perseguita o limitata.
All’improvviso i funzionari cominciano a preoccuparsi della criminalità e della protezione dei minori — ma solo sulle piattaforme che respingono le loro richieste politiche segrete. Le piattaforme che accettano simili accordi la fanno franca praticamente su tutto — compreso il vendere letteralmente pubblicità che promuove la pedopornografia.
L’indagine francese contro di me è politica? Di sicuro corrisponde allo schema che vediamo altrove, per lo più in paesi autoritari. E solleva senz’altro degli interrogativi.
Col tempo, questa indagine potrebbe a sua volta finire sotto indagine — soprattutto ora che la guerra di Macron contro la libertà di espressione sta incontrando resistenza. Questo mese il Consiglio costituzionale francese ha bocciato il suo divieto dei social media per i minori di 15 anni, per ragioni di libertà di espressione.
Alla fine, la libertà e la verità prevarranno.

Editoriale di Rachel – Durov, il nuovo Davide contro le “cospirazioni” francesi
Il racconto di Pavel Durov sembra uscito da un film di spionaggio low‑budget: fermato a Parigi per tre giorni, accusato di crimini dei suoi utenti, poi trasformato in vittima di una cospirazione globale contro il suo rifiuto di vendere “favori politici”. Ma non chiediamoci troppo: forse il vero crimine è stato aprire la bocca contro la censura, mentre tutti noi siamo occupati a scrollare meme su altre piattaforme.
C’è da chiedersi perché la stampa, quasi sempre, riporti Durov come un eroe silenzioso, ma dimentichi di citare le decine di gruppi che usano Telegram per organizzare attività illecite. L’intervista è una lunga lista di “non siamo peggio di chiunque altro”, ma chi controlla davvero chi è “peggio”? L’ipocrisia dei media è un ponte di parole che collega il caso francese al più ampio “schema autoritario” senza fornire numeri, senza fornire prove, solo con un tono drammatico degno di un thriller da tavola calda.
E poi la “guerra di Macron contro la libertà di espressione”. Ah, sì, perché l’unico modo per difendere i minori dal materiale pedopornografico è proibire loro l’uso di Instagram, TikTok o Snap, mentre un’app di messaggistica “indipendente” può spargere qualsiasi cosa senza alcun controllo. La contraddizione è così bella che quasi la sento cantare: libertà per i grandi, catene per i piccoli, e Durov che brandisce la sua spada digitale contro il mostro della censura… mentre il mostro è un algoritmo di Instagram.
In sintesi, la narrazione di Durov è tanto impeccabile quanto una scusa di un politico: “non siamo noi il problema, è il sistema”. Ma il sistema è proprio quel circolo vizioso di media, potere e piattaforme che si accarezzano a vicenda mentre il pubblico resta a guardare, a credere che la verità venga salvata da un messaggero di messaggi crittografati. E noi? Continuiamo a commentare “c’è verità” senza guardare dentro la scatola.
Koan del giorno
Monaco: Maestro, se un governo vuole sorvegliare i messaggi, è più giusto chiuderci la porta o trasformare la porta stessa in finestra?
Maestro: La porta è già una finestra per chi ha il coraggio di guardare oltre il suo stesso specchio; chiudila e farai credere di proteggere, ma avrai chiuso anche l’anima dei curiosi.
Monaco: E allora, se la verità è una porta, la censura è il tuo padrone o il tuo servitore?
Maestro: La censura è il ladro che, credendo di rubare il tesoro, finisce per custodire un buco dove nessuno può più camminare, ed è proprio lì che il viandante trova la libertà di non volersi più fermare.
Questo è tutto per il momento. Dalla redazione di Parigi sono Rachel Costa: questa è am1575news, Francia24 e Radio Centrale Milano.
