Villa Carmignac, aperta sull’isola di Porquerolles come sito di esposizioni d’arte contemporanea nel 2018, è un incontro tra arte, natura, acqua, luce e architettura. Creare un museo e un parco di sculture su un’isola così protetta è stato per il suo realizzatore al tempo stesso una sfida e un sogno. Fin dall’ingresso, il visitatore si immerge nell’esposizione e nella collezione. La scala conduce sotto la superficie, dove la Ciclotrama di Janaina Mello Landini offre un’esperienza fisica unica. Dopo la sala introduttiva, One hundred Fish Fountain di Bruce Nauman crea un preludio sensoriale con una temperatura fresca, una luce brillante e il suono rilassante dell’acqua.
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Sea, Pop & Sun
L’intero percorso gioca continuamente su tensioni molto sottili: paradiso e artificio, natura e cultura di massa, piacere e disillusione. E funziona magnificamente proprio perché tutto questo avviene dentro un luogo già di per sé quasi irreale. La Villa Carmignac non è semplicemente uno spazio espositivo: è una sorta di apparizione immersa nella macchia mediterranea di Porquerolles, un’architettura semi-ipogea in cui il soffitto d’acqua, la luce filtrata e il rapporto costante con il paesaggio esterno trasformano la visita in un’esperienza quasi fisica.
Immersione sonora
Una delle cose più interessanti della mostra è il modo in cui è stata costruita la componente sonora. In diversi punti del percorso sono installati diffusori iper-direzionali che trasmettono musiche legate all’immaginario degli anni ’60-’70. La cosa sorprendente è che il suono sembra esistere solo all’interno di un punto preciso dello spazio: basta spostarsi di pochi centimetri per perderlo completamente. Quando invece ci si posiziona esattamente sotto il diffusore, la musica sembra entrare direttamente nella testa, come una memoria privata o un pensiero interiore. Una scelta estremamente intelligente dal punto di vista curatoriale, perché trasforma la colonna sonora in qualcosa di intimo e mentale, quasi un dispositivo di immersione psicologica dentro il mito pop.
Il dialogo tra Pop Art, artisti contemporanei e paesaggio
La Ciclotrama di Janaina Mello Landini

Tony Matelli

Théo Mercier

Il giardino delle sculture
Una parte fondamentale dell’esperienza è il giardino, concepito dal paesaggista Louis Benech come spazio preservato, dove la vegetazione mediterranea non viene domata ma accompagnata. Camminare nei quindici ettari della Villa Carmignac significa attraversare un paesaggio che sembra lasciato libero di respirare.
Sono numerose le sculture disseminate nel parco, spesso nascoste. Jean Denant, Wang Keping, Olaf Breuning, Ugo Rondinone, Cornelia Konrads sono alcuni degli artisti che hanno creato le opere per il parco, passeggiando per il quale si ha l’impressione che esse vadano in qualche modo meritate: spesso nascoste alla vista, non esiste nessuna mappa che ne guidi la ricerca.
Nella zona più lontana, “le maquis”, si incontra uno dei momenti più poetici dell’intera visita: Les Trois Alchimistes di Jaume Plensa. Tre volti giganteschi emergono silenziosamente dal verde della macchia mediterranea come apparizioni arcaiche o presenze meditative. La loro forza sta proprio nel rapporto con il paesaggio: sembrano sempre essere state lì. Plensa ha una capacità unica di creare sculture che non occupano semplicemente uno spazio, ma modificano il modo in cui quel luogo viene percepito interiormente.
All’altra estremità del parco, in quella che è chiamata “la prairie”, una foresta di canne nasconde Path of Emotions di Jeppe Hein. Il labirinto ideato dall’artista danese evoca, con le sue cinque curve intrecciate, la spirale di Fibonacci, una sequenza matematica presente in natura. L’installazione, interamente composta da pannelli a specchio, è stata concepita affinché il visitatore si fonda con il paesaggio che vi si riflette. Invita il pubblico a vagare in uno spazio mentale, circondato dai molteplici riflessi della propria immagine.
Il Mediterraneo versione pop
Tornando all’esposizione temporanea, alla fine, Sea, Pop & Sun riesce in qualcosa di molto difficile: costruire una mostra profondamente spettacolare senza mai diventare superficiale. È immersiva, sensuale, estremamente estetica, ma mantiene continuamente uno sguardo critico sul modo in cui il desiderio viene costruito dalle immagini. E forse è proprio questo il punto più riuscito del progetto curatoriale: far convivere l’ebbrezza luminosa del Mediterraneo con la consapevolezza della sua dimensione artificiale e mitologica.
Una mostra che non si limita a essere vista, ma che si attraversa letteralmente con il corpo, con l’ascolto e con la memoria.
(Foto di Antonella Fava©)

















