Oggi andiamo al Musée des Beaux-Arts a visitare l’esposizione dedicata a Raoul Dufy che vi resterà allestita fino al 28 settembre 2025.
Ascolta il podcast dedicato alla mostra di Raoul Dufy
Immaginate di varcare le soglie di una mostra dove la luce sembra uscire dai quadri, dove ogni pennellata canta e ogni motivo racconta una storia fatta di colore, invenzione e gioia di vivere. È questo il mondo di Raoul Dufy (1877-1953) protagonista dell’esposizione Il miracolo dell’immaginazione, che prende forma tra le sale del Musée des Beaux-Arts di Nizza. Un’occasione preziosa per seguire da vicino l’evoluzione di un artista che ha saputo inventare un proprio linguaggio pittorico unico, sospeso tra rigore e spontaneità, sensorialità e struttura.

Le prime sperimentazioni
La mostra si apre con le prime sperimentazioni di Dufy, raccolte nella prima sala, Lo sbocciare di uno stile. Qui si coglie subito la tensione dell’artista tra l’eredità impressionista e l’urgenza di una visione personale. I suoi studi a Parigi, sotto la guida accademica di Léon Bonnat, convivono con la folgorazione per i Fauves, in particolare per Luxe, calme et volupté di Matisse, che lo spinge verso una semplificazione del segno e un uso libero e acceso del colore. Ma è Cézanne a offrirgli la chiave per strutturare lo spazio pittorico. A L’Estaque e poi a Hyères, Dufy riflette sull’equilibrio tra forma e visione, riduce la tavolozza a tonalità terrose e vegetali, e compone con precisione geometrica. È solo a Vence, anni dopo, che avviene però la vera fioritura: la luce del Sud lo conquista, la linea si scioglie, il colore torna a vibrare in piena autonomia. Le colline di Vence diventano il teatro di questa maturazione, di un’arte finalmente “liberata”.
Dufy illustratore e decoratore
La seconda sala, Rosso e nero, ci conduce in un ambito meno noto ma altrettanto vitale dell’opera di Dufy: la sua attività di illustratore e decoratore. Spinto anche da esigenze economiche, l’artista entra nel mondo del libro e del tessuto. Inizia con le incisioni xilografiche per il Bestiaire di Apollinaire, un sodalizio poetico e visivo, e da lì passa a collaborazioni fondamentali con Paul Poiret e la manifattura Bianchini-Férier. I motivi floreali, i ritmi grafici, la leggerezza visiva delle sue stoffe lo impongono come protagonista dell’arte decorativa tra le due guerre. A questi anni risalgono anche le incursioni nella ceramica e nell’arazzo, forme espressive dove il gesto si fa ritmo e superficie.

L’Atelier
L’intimità dello studio, tema della terza sala, è uno dei fili conduttori dell’intera opera di Dufy. Fin dai primi anni, l’artista ritrae con insistenza i suoi atelier, veri e propri autoritratti ambientali. Quadri nel quadro, cavalletti, tele in progress, e spesso la presenza femminile, prima di Émilienne, poi di Berthe. Lo studio diventa un mondo a sé, uno spazio di raccoglimento e di proiezione. Negli anni della guerra e della malattia, rifugiatosi nel Midi, lo studio si chiude e si fa più silenzioso, ma resta teatro di un’intensa attività creativa, segnata dal ritorno alla ceramica e soprattutto da una straordinaria attenzione per la musica, che si insinua nella pittura come ritmo, come struttura e persino come soggetto.
Il Mediterraneo
In riva al mare, nella quarta sala, Dufy dispiega tutta la sua passione per il paesaggio costiero. Nato a Le Havre, affascinato dal Mediterraneo, il mare è per lui un terreno di gioco visivo e immaginativo. I porti, le barche, le spiagge e i bagnanti sono i protagonisti di composizioni che oscillano tra realismo lirico e astrazione decorativa. La sua è una visione aerea, talvolta quasi onirica: orizzonti curvi, blu cangianti, barche stilizzate che scivolano su superfici luminose. La figura del bagnante, sospesa tra mito e quotidianità, emerge come simbolo di vitalità, di leggerezza, di contatto con gli elementi.
Le feste
La quinta sala è un’esplosione di colore e movimento: Feste, effervescenza pittorica e musica. Dufy è qui testimone entusiasta della vita sociale del suo tempo: ristoranti, sfilate, carnevali, concerti. A Nizza, osserva e cattura i ritmi della città con un tratto rapido, sempre musicale. Il celebre Casino de la Jetée-Promenade, anche dopo la demolizione, continua a vivere nelle sue tele. Ma è nella rappresentazione della musica che l’artista raggiunge una sintesi visiva sorprendente: i suoni diventano linee, le armonie si traducono in accordi cromatici. Ogni colore corrisponde a un timbro, ogni tratto a un’intonazione.

Émilienne Dufy
Infine, l’ultima sala è dedicata a una figura discreta ma fondamentale: Émilienne Dufy, moglie dell’artista, modista di origine nizzarda, artefice silenziosa della fortuna postuma del marito. Fu lei, dopo la morte di Dufy, a custodire e organizzare l’immenso lascito dell’atelier, a prestarlo, donarlo, distribuirlo tra i principali musei francesi. La collezione del Musée des Beaux-Arts di Nizza, una delle più importanti in Francia, esiste grazie a lei.
Questa mostra è anche un omaggio alla sua determinazione, al suo amore, al suo ruolo di mediatrice tra la vita dell’artista e la nostra possibilità di scoprirlo oggi.



















