Lo Spleen di Parigi: Charles Baudelaire, i misteri di una città – Koly tra le righe

Di Marco Hugo Barsotti
23 Oct 2024

A concludere questo primo ciclo dedicato all’autore francese Charles Baudelaire, c’è Lo Spleen di Parigi, un’opera pubblicata nel 1869 e che vede come protagonista Parigi, una città in continua trasformazione: da un lato si presenta ricca, affascinante d’altro rivela invece un aspetto deplorevole con le sue vite anonime, le folle solitarie, i viottoli squallidi, i caffè impregnati di fumo, le nebbie soffocanti e i cieli grigi.
Il termine spleen, come avevamo già visto nel primo episodio deriva dalla lingua inglese e significa letteralmente milza, luogo dove si credeva risiedesse la causa della sindrome depressiva, in special modo nel poeta maledetto. 

I misteri di una città

Il lettore viene trascinato in una Parigi che mai prima aveva conosciuto, ma che si rivela essere sorprendentemente più viva e più reale tanto che durante la lettura, sembra prendere forma dinanzi ai suoi occhi. Uscendo di casa, egli potrebbe vedere la propria città attraverso quello sguardo disincantato del poeta, cogliendone i vizi e le miserie.
Baudelaire, attraverso la rappresentazione di Parigi, mette in luce come il progresso dato dal capitalismo non abbia solo apportato benefici, ma abbia anche scaturito una serie di effetti negativi che hanno colpito  sia la società che gli individui, vittime così di un sistema dominato dal materialismo (cenni su ciò nel primo episodio).

Spleen di Parigi

L’aureola perduta dal poeta

Anche il poeta viene investito da questo cambiamento perdendo la sua dimensione divina che viene espressa attraverso l’allegoria della sua aureola, smarrita nel fango mentre si apprestava ad attraversare le strade parigine. Tuttavia, questo evento non è per lui motivo di tristezza o rimpianto; anzi, Baudelaire vi trova un senso di liberazione, sollevato dal peso della responsabilità morale che tradizionalmente gravava sul poeta, visto un tempo come guida morale per il popolo.
La caduta dell’aureola diventa quindi il simbolo della resa di fronte a un mondo immerso nel caos e nella confusione. Il fango della città diventa invece metafora delle lacrime di una civiltà che piange il proprio declino, sopraffatta invece dal denaro e dall’industria, a discapito del benessere e della spiritualità umana.

Spleen di Parigi

L’uso dell’ironia nell’opera

Nonostante il quadro desolante, Baudelaire decide di  adottare l’ironia che diventa così uno strumento potente per ridicolizzare la miseria generata dall’uomo stesso: ”I nuovi fiori del male, con più libertà, molti più dettagli e molta più satira.”  Potete riascoltare I fiori del Male qui

È proprio attraverso questa satira che il poeta maledetto smaschera la mentalità consumistica e materialista della sua epoca:
”Ho rinunciato alla mia aureola per evitare di essere travolto da una carrozza, ho preferito così la salvezza fisica al costo della mia dignità”.
Facendo così ha infatti accettato di scendere al livello dell’uomo comune, divenendo un essere corrotto e vizioso, piuttosto che virtuoso.

Fasulli poeti

Inoltre, Baudelaire non esita a deridere i suoi contemporanei, quei poeti che ancora si considerano profeti, senza rendersi conto che il loro ruolo è ormai svuotato di significato in una società moderna. In un mondo che vive esclusivamente nel presente, senza alcuna considerazione per il passato o il futuro, non è più possibile ergersi a guida morale o fare predizioni. L’unica scelta rimasta sembra essere quella di abbandonarsi ai piaceri effimeri della vita terrena o agli incontri fugaci e superficiali con i propri simili. A capo la poesia che inneggia a questo senso di ebrezza: ubriacatevi.

Ubriacatevi

Bisogna essere sempre ubriachi.
Tutto sta in questo: è l’unico problema.
Per non sentire l’orribile fardello del tempo.
Del tempo che rompe le vostre spalle
e vi inclina verso la terra,
bisogna che vi ubriachiate senza tregua.
Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù,
a piacer vostro. Ma ubriacatevi.
E se qualche volta sui gradini di un palazzo,
sull’erba verde di un fossato,
nella mesta solitudine della vostra camera,
vi risvegliate con l’ubriachezza già diminuita o scomparsa,
domandate al vento, all’onda, alla stella, all’uccello, all’orologio,
a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme,
a tutto ciò che ruota, a tutto ciò che canta,
a tutto ciò che parla, domandate che ora è;
ed il vento, l’onda, la stella, l’uccello, l’orologio vi risponderanno
“È l’ora di ubriacarsi!
Per non essere gli schiavi martirizzati del tempo, ubriacatevi;
Ubriacatevi senza smettere!
Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro.

Parigi la città dell’amore e del tormento

Baudelaire conclude l’opera con un inno d’amore  la sua Parigi:

”Che tu dorma ancora nei drappi del mattino, pesante, oscura, raffreddata, o che tu ti pavoneggi nei veli della sera ornati d’oro fino… Io ti amo, o capitale infame!”

Leggere Lo Spleen di Parigi è dunque non solo un viaggio nella capitale durante gli anni di Baudelaire, ma anche un’immersione profonda nella natura umana, un’esperienza che la vita frenetica e caotica della festa mobile parigina spesso ci impedisce di vivere davvero.

 

Spleen di Parigi